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| La storia di Troy Davis |
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![]() Troy Davis è un afroamericano di 43 anni. Da venti vive nel braccio della morte. E' accusato dell'omicidio di un poliziotto, Mark Allen McPhail, avvenuto il 18 agosto 1989 a Savannah, in Georgia. La sua condanna si basa esclusivamente su prove testimoniali. Significa che non esiste un'arma del delitto, che non è stato identificato un movente, che non sono stati effettuati test del DNA. Esistono solo nove testimoni che hanno firmato dichiarazioni nelle quali indicavano il colpevole in Troy Davis. Salvo poi ritrattare in sette. Dunque la colpevolezza di Troy Davis dipende dalle dichiarazioni di due persone. Una di esse dice di aver visto con certezza il colore della maglietta dell'assassino e null'altro. L'altra è Sylvester Coles, il probabile vero colpevole. ![]() La sera del 18 agosto di 22 anni fa l'agente Mark Allen McPhail interviene in soccorso di un senzatetto, Larry Young, vittima di un'aggressione davanti ad un Burger King; qui viene raggiunto da due colpi d'arma da fuoco, uno al cuore e uno alla tempia, che gli saranno fatali. Secondo la ricostruzione dell'accusa, lo stesso uomo che stava malmenando il malcapitato Young, sentendosi intimare di interrompere l'aggressione, si sarebbe voltato e avrebbe sparato. Sempre secondo la ricostruzione dell'accusa, quell'uomo sarebbe Troy Davis. Ma come si è arrivati a questa conclusione? Semplice: il giorno successivo Coles si presenta alla polizia e racconta di aver partecipato ad una rissa avvenuta la sera prima e di aver visto Troy Davis uccidere il poliziotto. Se fossimo stati davanti ad un qualsiasi telefilm americano, avremmo visto gli agenti che hanno raccolto la testimonianza di Coles scambiarsi occhiate di intesa, fargli domande per metterlo in difficoltà e scovare i punti deboli del suo racconto, uscire un attimo e ordinare ricerche sull'uomo in questione, che verosimilmente non la stava raccontando giusta. Li avremmo visti fare complicati test e verifiche, indagini su indagini, interrogatori e sopralluoghi; con un unico obiettivo: la ricerca della verità. Quello che è successo nella realtà, invece, non ha niente a che vedere con tutto ciò. Come spesso accade, seppur inspiegabilmente, quando di mezzo c'è l'omicidio di un poliziotto (bianco), quello che si è cercato fin dal primo momento è stato non il vero colpevole, ma un colpevole (possibilmente, nero). Un capro espiatorio sul quale potesse abbattersi la vendetta di stato, per dimostrare che non si può uccidere un agente e poi passarla liscia. Così tutti gli sforzi investigativi dal momento della testimonianza di Coles sono stati diretti ad incastrare Troy Davis. I sette testimoni che hanno ritrattato hanno dichiarato in seguito di aver subito pesanti pressioni da parte della polizia; hanno affermato di essersi sentiti costretti a dire quello che gli agenti volevano sentirsi dire, per non subire conseguenze. E questo -sarebbe a dire nove testimonianze caratterizzate da forti incongruenze e in larga parte venute meno- è stato sufficiente ad una giuria per condannare un uomo a morte, per giudicarlo colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Dal 1991 Troy Davis si è visto negare sistematicamente la possibilità di presentare nuove testimonianze e perizie, potenzialmente in grado di scagionarlo. Solo nel giugno 2010 è stato ammesso ad un'udienza probatoria, nella quale, tuttavia, era presunto colpevole; era dunque suo onere dimostrare in modo inequivocabile la sua innocenza. Cosa che, secondo quanto ha stabilito il giudice Moore alla fine del procedimento, non gli è riuscita. Per ben tre volte Troy Davis si è trovato ad un passo dall'esecuzione. La prima nel 2007, quando fu sospesa meno di 24 ore prima dall'ufficio per la grazia e la libertà vigilata, il quale dichiarò che non l'avrebbe autorizzata “a meno che e fino a quando i suoi membri non fossero stati convinti della colpevolezza, senza alcun dubbio, dell'imputato”. L'anno successivo furono fissate e poi sospese altre due date. Il rifiuto, il 28 marzo, da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti di accogliere l'ennesima richiesta del caso Davis, ha aperto la strada allo stato della Georgia per fissare la quarta data. E lo stato della Georgia non ha perso tempo: il 6 settembre un giudice ha firmato l'ordine di esecuzione, che la autorizza nella settimana dal 21 al 28 settembre. A questo punto il dipartimento delle prigioni della Georgia ha fissato la data: 21 settembre. Se non interverranno cambiamenti, se le cose resteranno come sono oggi, il 21 settembre un uomo presumibilmente innocente verrà messo a morte. Dal 2007 ad oggi, tre stati degli Stati Uniti hanno abolito la pena di morte. I rispettivi tre governatori, quando si è trattato di firmare le proposte legislative per l'abolizione, hanno indicato tra le motivazioni della decisione il rischio di commettere errori irreversibili. In vent'anni, da quando Troy Davis è nel braccio della morte, più di novanta detenuti sono stati rilasciati perché innocenti. Tutti, nell'ambito dei primi processi cui sono stati sottoposti, erano stati giudicati colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio. Amnesty International si pone contro la pena di morte in ogni caso. La considera una barbarie inaccettabile, anche dinnanzi alla insindacabile colpevolezza dell'imputato. Ciò premesso, qui siamo di fronte a qualcosa che va ben oltre. Siamo di fronte ad un uomo che era solo un ragazzo quando è stato arrestato, accusato, processato e condannato per un delitto su cui esistono forti e persistenti dubbi, costellato da incongruenze e punti oscuri mai chiariti. E' qualcosa su cui non possono esistere opinioni e prese di posizione, favorevoli o contrari. Non si tratta di schierarsi pro o contro la pena di morte. Perché stiamo parlando di un uomo che forse è innocente. Siamo di fronte, potenzialmente, ad uno degli errori irreversibili di cui si parlava più su. E una volta che Troy Davis verrà ammazzato, non si potrà più tornare indietro. Non ci potranno essere scuse ufficiali e risarcimenti, perché la sua vita non potrà mai più essergli restituita. Ci appelliamo, dunque, all'ufficio per la grazia e la libertà vigilata, anche richiamando la sua stessa dichiarazione del 2007, affinché conceda la clemenza e commuti la pena di Troy Davis. E chiediamo a quante più persone possibile, di unirsi al nostro appello. Grazie. http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/225 |
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Il Gruppo
28 si ritrova tutti i Lunedì dalle 21 alle 23 presso:
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