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Le origini






Aprite il giornale in un giorno qualunque della settimana e troverete una cronaca da una
qualsiasi parte del mondo su qualcuno che è imprigionato, torturato o mandato a morte perché le sue opinioni o il suo credo religioso sono inaccettabili al suo governo. Ci sono diversi milioni di tali persone in prigione e il loro numero cresce di giorno in giorno.
Il lettore sente un nauseante senso di impotenza.
Tuttavia, se questi sentimenti di disgusto in tutto il mondo potessero essere uniti in un'azione comune, si potrebbe fare qualcosa di efficace”.



Iniziava così, nel 1961, l'articolo intitolato “The Forgotten Prisoners” pubblicato sul settimanale inglese “The Observer” e firmato da Peter Benenson.
Peter Benenson era un quarantenne avvocato londinese che, insieme ad alcuni colleghi britannici, aveva fondato, quattro anni prima, un'associazione, “Justice”, che aveva come obiettivo la difesa delle norme giuridiche e la tutela dei diritti umani come dichiarati dalle Nazioni Unite. Già negli anni precedenti si era dato da fare a sostegno delle persone perseguitate in vari Paesi a causa di opinioni politiche o religiose scomode: seguiva i relativi processi come osservatore o come avvocato difensore e diffondeva le loro vicende e le ingiustizie perpetrate dai governi, quale che fosse il colore politico.





L'idea dell'articolo sui prigionieri dimenticati gli venne leggendo il giornale in metropolitana, quando la sua attenzione fu attratta da un trafiletto che suscitò la sua indignazione. Si trattava della storia di due studenti portoghesi arrestati in un locale di Lisbona per aver brindato alla libertà delle colonie e condannati, per questo, a sette anni di prigione.
Che cosa avrebbe potuto fare? Andare dritto all'ambasciata portoghese a Londra e presentare una personale protesta? E cosa ne avrebbe ottenuto? Anche se alla sua protesta si fossero unite quelle dei suoi colleghi avvocati, quale effetto avrebbero avuto sul regime di Salazar? Quanto forte poteva essere la sua voce o quella di pochi altri?
No. Serviva qualcosa di molto più potente; qualcosa che attraversasse i confini e che risuonasse da una parte all'altra del pianeta, in un unico coro richiedente giustizia.
Ci voleva una mobilitazione internazionale.
Nacque così la campagna “Appello per l'Amnistia, 1961”. L'obiettivo era smuovere l'opinione pubblica mondiale. Bisognava lavorare per un anno intero, assiduamente e in modo imparziale, per la liberazione di quelli che vennero definiti “prigionieri di coscienza”, vale a dire tutti coloro che erano stati imprigionati per le loro opinioni.






Si chiedeva un processo equo e pubblico per ciascun prigioniero di coscienza e, più in generale, un apparato internazionale posto a garanzia della libertà di opinione.
Alla campagna venne dedicato un angolo dell'ufficio legale di Benenson: l'attività principale si basava sulla raccolta e sulla pubblicazione di notizie sui prigionieri di coscienza e a portarla avanti erano i membri di Justice e pochi altri avvocati, giornalisti, politici e intellettuali.
Per il lancio fu scelto il 28 maggio: quel giorno l'articolo sui prigionieri dimenticati e l'appello per la loro liberazione apparvero sul giornale inglese “The Observer” e su quello francese “Le monde”.
Ne seguirono una grande quantità di lettere, che offrivano collaborazione ma anche preziose informazioni sui prigionieri di coscienza, alcune donazioni e, soprattutto, la ripresa dell'articolo da parte di giornali in diversi Paesi (Germania occidentale, Svizzera, Stati Uniti, Danimarca, Svezia, Olanda, Italia, Sudafrica, Belgio e persino un giornale di Barcellona).






La macchina operativa di Amnesty iniziò così a funzionare: piccoli gruppi si formarono nelle case, tra vicini, nei luoghi di lavoro, tra colleghi, e nelle parrocchie e tutti riconoscevano il principio dell'imparzialità di cui erano, insieme, garanti e fruitori. Ciascun gruppo avrebbe adottato tre prigionieri: uno in uno Stato del blocco comunista, uno in un Paese occidentale e uno nel Terzo Mondo. Se un gruppo nasceva nell'ambito di una realtà religiosa, avrebbe dovuto necessariamente occuparsi di prigionieri di tutte le religioni.
I gruppi scrivevano ai governi per chiedere il rilascio dei prigionieri che adottavano; se possibile, mandavano cibo e assistenza; raccoglievano fondi per sostenere le loro famiglie; ma, soprattutto, mantenevano i contatti con i singoli prigionieri: lettere per far sentire la propria vicinanza, per dimostrare che nel mondo qualcuno aveva a cuore la loro sorte, che non li avrebbe dimenticati.
Presto sorsero gruppi un po' ovunque e nel luglio del 1961, in un caffè del Lussemburgo, si svolse la prima assemblea di delegati provenienti da Inghilterra, Francia, Belgio, Irlanda, Svizzera e Stati Uniti. Fu qui che nacque l'idea di un “movimento internazionale permanente in difesa della libertà di opinione e religione”. Nacque Amnesty International.
Il simbolo del movimento, la fiamma di una candela che arde tra il filo spinato, fu disegnato da Diana Redhouse, una designer professionista di Londra che aveva risposto all'appello del 28 maggio, fondando, con altre due donne, il primo gruppo di adozione di Amnesty. L'idea del simbolo era stata di Benenson, che aveva in mente un vecchio proverbio cinese: “Meglio accendere una candela che maledire l'oscurità”.
Nel 1963, a Londra, venne istituito il Segretariato Generale di Amnesty International e l'anno successivo le Nazioni Unite conferirono all'Organizzazione lo status consultivo.
In tre anni erano stati 1367 i prigionieri adottati, 329 dei quali rilasciati. Intanto Sezioni nascevano in ogni parte del mondo: nel 1975 quella italiana.
Il 7 ottobre del 1977 venne assegnato ad Amnesty il Premio Nobel per la pace, per aver "contribuito a rafforzare la libertà, la giustizia e conseguentemente anche la pace nel mondo".






Negli anni seguenti vennero avviate nuove battaglie: contro la tortura, contro la pena di morte, contro l'impunità, contro le detenzioni arbitrarie e le sparizioni forzate, contro la violenza sulle donne, contro la discriminazione. Il concetto di prigioniero di coscienza si estese, arrivando ad includere le persone incarcerate a causa del proprio orientamento sessuale. L'attenzione venne rivolta anche ai rifugiati politici e alle vittime dei gruppi armati di opposizione così come all'impatto delle attività economiche sui diritti umani.
Dal 2001 la missione di Amnesty è definita in questi termini: “prevenire e porre fine a gravi abusi dei diritti all'integrità fisica e mentale, alla libertà di coscienza e di espressione e alla libertà dalla discriminazione, nell'ambito della propria opera di promozione di tutti i diritti umani”.
Durante tutto questo tempo, cinquant'anni, tanti sono stati i successi, tanti i fallimenti e tanti gli stimoli a fare di più. Perché il vero scopo di Amnesty è fare in modo che non ci sia più bisogno di Amnesty.
Ma la strada è ancora lunga: secondo quanto documenta l'ultimo Rapporto Annuale, nel 2010 i 2/3 della popolazione mondiale non hanno avuto accesso alla giustizia per via di sistemi giudiziari assenti, corrotti e discriminatori; in 54 Paesi si sono svolti processi iniqui; in 89 si sono avute limitazioni illegali della libertà di opinione e espressione; in 98 Paesi sono stati documentati casi di tortura e altri maltrattamenti; in 48 Paesi abbiamo chiesto il rilascio di prigionieri di coscienza; in 23 Paesi sono state eseguite condanne a morte e in 67 sono state emesse. La povertà, la corruzione, l'impunità, l'oppressione e l'emarginazione di intere comunità sono ancora d'ostacolo al nostro mondo ideale, quello in cui a ciascuno, ovunque si trovi, siano riconosciuti e garantiti i diritti umani .

 







               




Il Gruppo 28 si ritrova tutti i Mercoledì dalle 21 alle 23 presso:
Istituto "Tartaglia", Via Oberdan 12/e, Brescia.

Per informazioni telefonare al numero: 327 1673947

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